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Agnès Varda: senza tetto né legge - prima parte

2026-03-29 15:24

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Agnès Varda: senza tetto né legge - prima parte

Agnès Varda, fotografa, regista e sceneggiatrice, nasce il 30 Maggio 1928 a Ixelles inBelgio, la sua è una personalità refrattaria a qualsiasi convenz

Agnès Varda, fotografa, regista e sceneggiatrice, nasce il 30 Maggio 1928 a Ixelles in Belgio, la sua è una personalità refrattaria a qualsiasi convenzione, con un punto di vista  sempre articolato e defilato, caratterizzato da una grande libertà espressiva che si configura nell'intersecarsi nelle sue opere di differenti forme d'arte. La sua carriera da cineasta inizia nel 1954 quando nasce il suo primo lungometraggio: “Le pointe courte”, anticipatore della Nouvelle Vague e dal quale si delinea la tendenza intimista della regista, che comunica attraverso immagini che rapiscono lo sguardo dello spettatore che si immerge in esse, nella loro vivacità quasi infantile e nella loro purezza primigenia.Queste ci rendono in grado di toccare la realtà con mano, di dialogare con essa, di penetrare nel profondo mettendo in luce ciò che del reale è considerato come superfluo.La regista dona valore alle piccole preziosità che si perdono nel disordine dell’esistenza, le cattura, fissandole davanti i nostri occhi, così da renderle visibili, riconoscibili, così che ognuno di noi possa farle proprie. Il suo cinema, fa confluire il documentario nella fantasia, si caratterizza da una costante  ricerca visiva, una libertà formale che fa di ogni suo film un’esperienza profonda e complessa.Agnès Varda si accosta con delicatezza alla vita e la illumina attraverso le sua visione, ce la restituisce nella sua forma più pura e naturale, segue il flusso della sua coscienza lasciandosi trasportare e riflettendo le sue molteplici sfumature in quel suo accontare vitale, leggero e intenso allo stesso tempo.

Di Giulia Losciale

 

L’Opéra-Mouffe (1958)
Quella de L’Opéra-Mouffe è una Agnès Varda senz’altro particolare che, incinta della sua prima figlia, decide di girare per una stradina di Parigi filmando i dintorni con la sua cinepresa. Uomini, donne, anziani e bambini; tutti quanti vengono immortalati dall’occhio della regista che, però, sceglie di adoperare un determinato registro estetico che rende impossibile considerare L’Opéra-Mouffe una semplice prova documentaria/diaristica. Infatti, quella rappresentata da Varda, è un’immagine che, in determinati momenti, per atmosfere si avvicina ai mondi sperimentali di Maya Deren e a quelli surreali/onirici di Buñuel e Cocteau, artisti che si contraddistinguono per opere estremamente concettuali, che danno priorità non tanto a una costruzione narrativa canonicamente intesa come classica, quanto più a
un'immagine suggestiva e melliflua, agitata da particolari spunti estetici che puntano alla sensorialità che il visuale può suscitare attraverso associazioni di situazioni e simboli. Detto questo però, la Parigi de L'Opéra-Mouffe è comunque da considerarsi un luogo tangibile, con una sua precisa concretezza; a destabilizzare le cose sono, più che altro, i vari
intermezzi inseriti da un montaggio che lavora in maniera espressiva.Tali parentesi affiancano le immagini di Rue Mouffetard, contrapponendosi al lato realistico del corto con una messa in scena che esula dal documentarismo visivo proponendo delle vignette più astratte, dall’aria sospesa e simbolica che sembrerebbero voler riflettere sul concetto stesso
della vita umana nelle sue fasi. D’altronde parte tutto dall’immagine di una donna incinta associabile alla stessa regista - che, totalmente svestita, se ne sta seduta su uno sgabello, su uno sfondo totalmente nero. Da quel momento in poi il film diventa una parata di diverse figure: giovani innamorati, vecchie e anziani signori si ritrovano a “sfilare” davanti la
cinepresa accompagnati da una canzone di sottofondo che si pone in costante dialettica con il lato visivo. Unendo questi fattori, L’Opéra-Mouffe di Varda si presenta come un lavoro che
utilizza il filmico e i suoi elementi in modo tale da poter creare un percorso concettuale che al suo compimento pare voler dire una cosa sola: “tutto scorre, pantha rei”. Da una donna incinta nasce la vita, un bambino, un vecchio, una vecchia, degli amanti; ognuna di queste cose è trovabile negli occhi materni di Varda, nel suo sguardo verso una Rue Mouffetard a volte anche fatiscente, ma che diventa metafora del mondo.  

di Joaldo N'Kombo

 

Le bonheur (1965)
Il prato verde dell’amore: semi di luce nel cinema di Agnès Varda.

Nel cuore della campagna francese, tra le pieghe di un paesaggio quieto e
ostinato, Agnès Varda pianta un film come si pianta un albero: con
pazienza, cura e mistero. Le Bonheur, Cléo, Sans toit ni loi: ogni titolo della
sua filmografia è un frammento di un discorso più ampio, un mosaico di
corpi, tempo e sguardi. Ne Il prato verde dell’amore (Le Bonheur, 1965),
Varda non racconta solo una storia, ma tesse un canto dolce e inquieto
sull’idea stessa di felicità e libertà.
Sotto la superficie luminosa e ordinata di un mondo apparentemente
sereno, Varda lascia intravedere crepe, dubbi, ombre. A dominare non è il
racconto, ma lo sguardo, in questo caso profondamente materno e
anarchico: non giudica, non semplifica, non stabilisce gerarchie. La
macchina da presa accompagna, indiscreta, muovendosi tra i personaggi
come una presenza amica, accarezza il paesaggio come un pensiero che
prende forma. Il prato verde dell’amore è dunque più di un titolo: è un’idea.
Realizzato nel cuore degli anni Sessanta, il film vive della doppia tensione
di quell’epoca: da un lato l’utopia di un mondo nuovo, più libero, più aperto
ai desideri; dall’altro il timore che sotto le nuove libertà possano
nascondersi nuove prigioni. La Nouvelle Vague è ormai esplosa, ma Varda
- da sempre figura eccentrica al suo interno - ne condivide l’energia più che
le regole. Il suo cinema è artigianale, riflessivo, femminile nel senso più
profondo e politico del termine. Qui, l’amore non è solo un sentimento: è un

paesaggio, un ritmo, una stagione. Il prato verde dell’amore è visivamente
ingannevole: colori saturi, composizioni armoniose, volti sorridenti, ed è
proprio in quella perfezione che la regista belga scava, lentamente, con
una violenza delicata e sconvolgente. L’estate che descrive non è solo un
tempo, ma un’illusione emotiva. Varda non giudica, bensì invita a guardare
con attenzione un immaginario affinché possa essere decostruito. Il suo
femminismo è ovunque: nell’attenzione ai dettagli, nei silenzi delle
protagoniste femminili, nella possibilità che ogni scelta - anche la più
semplice - sia portatrice di senso. In un tempo in cui il cinema d’autore era
quasi esclusivamente maschile, lei coltivava un altro linguaggio: fatto di
sfumature, di sospensioni, di intuizioni. Il suo cinema non pretende di
spiegare, ma di sentire. Così, Il prato verde dell’amore resta un film che
non si lascia afferrare del tutto, come un sogno a occhi aperti. È un film che
cresce dentro chi guarda, come cresce l’erba in primavera:
silenziosamente, tenacemente, poeticamente.

di Eleonora Verardi

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