SOCIAL
E-MAIL

instagram

schermimagazine@libero.it

SCHERMI MAGAZINE

© Schermi Magazine

Perchè il cinema italiano ha bisogno del classicismo di Orca

2026-04-17 18:07

Filippo Bardella

Perchè il cinema italiano ha bisogno del classicismo di Orca

“L’idea alla base di ORCA è quella di costruire un nuovo linguaggio cinematografico partendo dal passato, riscoprendo tutte quelle tecniche e modalità

“L’idea alla base di ORCA è quella di costruire un nuovo linguaggio cinematografico partendo dal passato, riscoprendo tutte quelle tecniche e modalità di ripresa che hanno portato alla creazione di tanti capolavori con cui siamo cresciuti.

In un momento in cui siamo tutti alla ricerca vorace di innovazione tecnologica e di linguaggi ultramoderni, ORCA decide di perseguire il più grande degli esperimenti: il classicismo.” Il biglietto da visita con cui ORCA si affaccia al mondo cinematografico contemporaneo annuncia una presa di posizione radicale. Non si tratta di righe di presentazione e convenevoli ma parole che indicano una direzione, ambiziose e arroganti come possono essere solo quelle del giovane che rifiuta il proprio presente e cerca nuovi sguardi e prospettive per illuminare la via del futuro.

ORCA è una giovane casa di produzione indipendente italiana fondata da Flavia Enchelli, Giuliano Giacomelli e Agata Brazzorotto. Un progetto che nasce e prende la propria linfa vitale a partire da quel forte senso di insoddisfazione, frustrazione e di impotenza che prova chiunque si trovi a dover interagire, che sia sul piano produttivo, critico o distributivo, con ciò che offre il panorama cinematografico italiano contemporaneo, tanto nei termini di qualità estetica quanto in quelli tutti interni di difficoltà realizzative e di confronto con le imperanti logiche industriali e culturali. 

L’idea alla base della nascita di ORCA è chiara, espressa e ribadita più volte nelle frasi che illuminano la pagina ufficiale e i profili social del progetto: nello slogan “come i veri” si trova condensata un’idea di cinema che parte da una mancanza, guarda ad un orizzonte con un obiettivo preciso, una meta che è insieme utopica, irraggiungibile e tremendamente reale, e soprattutto fissa una metodologia per realizzarlo. Il cinema contemporaneo è monco, ha perso la capacità di creare immaginari. L’idea di un cinema seducente in grado di ammaliare, far sognare, generare aspirazione e identificazione attraverso qualsiasi genere e per ogni pubblico sembra essersi affievolita. Il paradosso è che il cinema sembra aver perso proprio quella caratteristica essenziale che lo ha consacrato e imposto come principale medium artistico di massa per quasi un secolo.

 «Oggi si produce tanto, forse troppo. Ma si lavora meno sull’immagine, sulla costruzione dell’inquadratura, sulle suggestioni e il risultato è un impoverimento dello sguardo. In un momento in cui siamo tutti alla ricerca vorace di linguaggi ultramoderni il nostro è forse l’esperimento più ambizioso: il classicismo».

Parlare di classicismo oggi significa confrontarsi con una nozione stratificata e complessa: non esiste un classico ma una costellazione di pratiche, forme e sguardi che attraversano la storia del cinema dagli  albori fino a giorni nostri. Il classicismo per ORCA non è uno stile, una dominante o un dogma. Non si tratta di nostalgia per il passato né tantomeno di imitazione. Fare del classicismo la propria bandiera e il perno centrale intorno a cui ruota la proposta di un cinema radicalmente nuovo è un paradosso vuoto di senso e fine a sé stesso se ci si riferisce ad esso come un insieme di modelli precostituiti, fissi e stabili che necessitano solo di forme minime di ri-attualizzazione, mentre per ORCA classicismo significa riflessione e autocoscienza, lavoro e soprattutto conoscenza tecnica. Da qui la proposta ideale, l’ambizione e la radicalità interna all’intero progetto: non si tratta di imitare ma di ibridare, assorbire e recuperare pratiche del passato per rimetterle in circolo con gli strumenti e i ritmi del presente.

 Se siamo la sintesi di ciò che guardiamo allora il nuovo cinema non deve essere più finestra sul mondo, specchio di un nostro passato perduto ma laboratorio di immagini in cui il recupero dell’effetto analogico e delle soluzioni tecnico-artigianali apre alla possibilità di creare nuovi spazi nel vortice del processo creativo e di restituire alla messa in scena quella centralità che è alla base del cinema come esperienza, in cui l’immagine seducente illumina il buio della sala e fornisce la materia prima a sogni e immaginari.

Dunque cinema seducente, cinema come sogno e cinema come immaginario culturale. Questi i tre elementi alla base della filosofia di ORCA, i tasselli fondamentali di un cinema nuovo, diverso da quello che invade i multisala dei centri commerciali, propinato e venduto come merce già prima di essere visto e persino realizzato, ma non per questo un cinema elitario, da vedere su una torre d’avorio con gli ultimi vanitosi e accaniti cinefili sempre pronti a dichiarare la morte del cinema, la carenza dei nuovi linguaggi e a rifugiarsi comodamente nell’ombra del passato. La sfida di ORCA, insita nella propria eccentrica e originale concezione di classicismo, è prima di tutto quella di non perdere ma recuperare il rapporto diretto con il pubblico e anzi di crearne uno di tipo nuovo:

«Dire che la gente non va più al cinema è uno slogan vuoto. Il pubblico non è scomparso, è diventato più difficile da intercettare. Negli anni Sessanta il cinema era il principale intrattenimento. Oggi il pubblico è più imprevedibile, ma se gli dai un buon motivo, viene. Il problema non è l’assenza di spettatori, ma la capacità o l’incapacità di costruire un’offerta che li coinvolga davvero. Ogni film ha il suo pubblico: il lavoro sta nel trovarlo, costruirlo e accompagnarlo. Il film, da solo, non basta più».

Se il singolo film non è sufficiente occorre dare allo spettatore qualcosa di nuovo, un motivo in più per andare in sala invece di aspettare che il film gli arrivi a casa, quindi recuperare il cinema come esperienza e non come merce, un atto da compiere e non un prodotto da consumare. Ancora una volta per ORCA questo nuovo rapporto con il pubblico si può ottenere solo muovendosi dialetticamente tra passato e contemporaneità: tramite il recupero di strategie di distribuzione a evento; coltivando e alimentando il legame e il rapporto con i festival, tanto come cassa di risonanza quanto come spazio fruttuoso di scambio e incontro con altri registi, produttori, critici e spettatori;  facendo propria un’idea di cinema aperta ma non seriale, tendente alla creazione di immaginari culturali estesi e sovraindividuali che favoriscono la ricostruzione di un rapporto affettivo ed emozionale tra la macchina-cinema e la quotidianità dello spettatore; infine, attraverso il confronto obbligato e intramontabile con le altre forme e linguaggi cinematografici e in particolare con il cortometraggio.

Proprio l’idea di un cinema pensato in primo luogo come laboratorio di immagini sottintende la centralità del cortometraggio all’interno del progetto di ORCA. La giovane casa di produzione si inserisce ancora una volta con originalità all’interno delle ambigue tensioni e logiche produttive, distributive e festivaliere che governano una formula cinematografica apparentemente senza mercato e la cui funzione rischia di essere solo quella del biglietto da visita, un passaggio al lungometraggio e un prodotto da curriculum. Il cortometraggio diventa quindi tanto un primo spazio di riflessione sul cinema quanto il terreno d’elezione per la sperimentazione linguistica, narrativa e soprattutto tecnica:

«Le possibilità che offre il digitale hanno velocizzato, semplificato e facilitato moltissimi aspetti della lavorazione cinematografica, ma d’altra parte abbiamo perso la capacità e il tempo di riflessione. Il cortometraggio è uno spazio fondamentale: se scoprissi una nuova tecnica e volessi sperimentarla il cortometraggio è il campo in cui farlo. È una palestra perfetta per la sperimentazione, permette di testare tecniche, costruire relazioni e creare uno storico produttivo».

Accanto allo sviluppo del lungometraggio di Giuliano Giacomelli Corpi di porcellana abbandonati al sole in una torrida estate del centro Italia che, fedelmente all’idea di ri-attualizzare le tecniche del passato in dialogo con il presente è girato in pellicola 35mm a doppia perforazione, la casa di produzione nell’ultimo anno ha realizzato 4 cortometraggi: Free Spirits di Fabius de Vivo, Il silenzio del padre e L’anniversario diretti da Agata Brazzorotto e, ultimo in ordine cronologico, il cortometraggio di animazione in stop motion Everblind di Camillo Sancisi e co-prodotto con KEVER Films fresco vincitore del premio CSC al Cortinametraggio. Una serie di opere che attraversano diversi generi, formati, tematiche ed elaborazioni stilistiche in modo del tutto coerente con una concezione teorica del cortometraggio visto come fornace e laboratorio innanzitutto tecnico e linguistico, e soprattutto fedele ad una chiara linea teorica ed estetica che tiene insieme e lega indissolubilmente la disciplina dei modelli classici con la stratificazione e complessità del presente.

La “palestra” del cortometraggio assume quindi per ORCA un’assoluta centralità all’interno delle proprie scelte e linee guida tanto come fornace teorica di tecniche e possibilità inedite quanto come precisa strategia produttiva che, con lavorazioni parallele, consente una simultaneità in grado di autoalimentare una ricerca continua. In questa prospettiva, il cortometraggio non rappresenta un punto di arrivo o il coronamento di una cifra stilistica ma uno strumento operativo: uno spazio controllato in cui sperimentare soluzioni tecniche e linguistiche che, nel lungometraggio, comporterebbero rischi produttivi più elevati. Si tratta certamente di una tappa fondamentale e obbligata per costruire un’identità, un curriculum e una rete di relazioni ma anche e soprattutto di uno dei mezzi precipui con cui ORCA valorizza e presenta al pubblico la propria idea di cinema.

CONTATTACI
SOCIAL
E-MAIL

Italia


instagram

schermimagazine@libero.it

© Schermi Magazine