Disclosure day, l’ultimo film di Steven Spielberg, sembra voler chiudere il cerchio narrativo e creativo sull’argomento extraterrestre iniziato dallo stesso regista nel 1977 con Incontri ravvicinati del terzo tipo. Quell’opera rappresentò il momento inaugurale della personale storia d’amore tra il cinema statunitense e la figura dell’extraterrestre, la codifica visiva e narrativa impressa da quella pellicola del 1977 dal giovane Spielberg divenne il paradigma e cancellò l’immaginario precedente. Fino a quel momento gli alieni avevano forme indefinite e quasi sempre erano metafora del pericolo rosso, gli alieni sono la minaccia esistenziale sovietica e non gli omini grigi che vengono dallo spazio (L’invasione degli ultracorpi, 1956). Spielberg con il suo ultimo film confessa di essere pienamente consapevole di ciò e prova a tirare le fila di cinque decenni di racconto visivo degli alieni.
Il regista statunitense ambisce a raccogliere in un insieme organico tutti i topoi narrativi e semiotici che il cinema ha progressivamente elaborato attorno alla figura dell’alieno. Alla base di questa operazione c’è una precisa idea della Settima arte come unico grande racconto, un mondo in cui tutte le storie raccontate convivono come storie possibili o realizzate. Così confluiscono nel film sia quelle immagini che già da tempo sono parte dell’immaginario collettivo: i cerchi nel grano, la figura dell’alieno antropomorfo, il disco ufo, i rapimenti ad opera degli extraterrestri, che ormai da decenni siamo abituati a vedere sul Grande schermo e che erano già presenti in alcuni suoi precedenti film (E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, La Guerra dei Mondi, Indiana Jones il regno del teschio di cristallo); sia elementi relativamente nuovi, o quantomeno estranei al lavoro pregresso del regista, come la riflessione su linguaggio, comunicazione ed empatia, chiaramente debitrice della prospettiva sviluppata da Arrival. Nell’universo narrativo di Disclosure day sembra dunque poter essere ambientata, almeno idealmente, l’intera produzione visiva occidentale sugli alieni, la stessa serie, gli agenti di X-files potrebbero tranquillamente aver lavorato per la Wardex Corporation, azienda-nemesi del film. Se alcuni elementi figurativi sono richiamati in modo palese dal regista, ve ne sono altri che vengono ripresi in maniera più velata: pensiamo al misterioso oggetto, centrale nell’arco narrativo del film, che sembra rimandare almeno visivamente al neuralizzatore dei Men in Black, il caratteristico tubetto svuota-memoria della saga.
Il film è quasi un invito per tutto il cinema fantascientifico a smettere di occuparsi del tema dell’arrivo, o scoperta, degli alieni sulla terra e occuparsi di ciò che c’è dopo l’urto scandaloso con il non umano e l’alieno. District 9, di cui questo film è debitore, lo ha provato a fare ma l’alieno era troppo metafora dello straniero e la relazione troppo modellata sull’apartheid sudafricana per poterla ritenere una operazione di questo tipo perfettamente riuscita, nonostante la grandezza della pellicola. C’è da chiedersi però se questo congedo risulti effettivamente riuscito. Il desiderio di costruire un’antologia di immagini legate all’incontro cinematografico con l’alterità extraterrestre rappresenta il limite maggiore della pellicola, che finisce per mancare di originalità. Il tentativo di collegare i vari temi a tutti i costi porta a non esplorarne alcuno; ne è l’esempio più eclatante proprio il discorso relativo ad empatia e linguaggio di cui Arrival propone un’interpretazione e una messa in scena più innovativi e più interessanti. E anche visivamente i topoi del racconto non vengono innalzati dallo sguardo, solitamente molto creativo del regista statunitense.
Il tutto è scandito dall’intrecciarsi di due grandi questioni: la verità e la religione, ma soprattutto la loro dialettica. Anche in questo caso c’è da interrogarsi sulla necessità e sulla riuscita dell’inserimento di tali temi nell’arco narrativo, che non sempre emergono in maniera organica e, forse in fin dei conti, sensata.
Centrale nel dispiegamento del film e nelle scelte dei suoi protagonisti è il rapporto tra verità e media come dispositivi propulsivi e propagativi di essa. La diffusione della verità su scala di massa qui è interpretata, secondo una logica tutta statunitense, come valore fondante della democrazia in un’ottica quasi pre-politica.L’unico aspetto vagamente connotato politicamente del racconto è il fatto che la decisione di Daniel Kellner (Josh O’Connor) di partecipare alla diffusione di questa verità, si verifica nel momento in cui viene a conoscenza degli esperimenti e delle torture su questi esseri antropomorfi. Le scene di tortura sono una ripresa quasi shot-for-shot delle violenze analoghe mostrate in District 9, questo è l’elemento citazionistico più efficace. La diffusione della verità tramite i media di massa così diventa uno strumento per evitare che violenze di ogni tipo vengano perpetrate su una minoranza indifesa. L’importanza del ruolo dei media come strumento di diffusione della verità è rappresentata anche dal fatto che l’altra protagonista, Margaret Fairchild (Emily Blunt), sia proprio una giornalista televisiva o aspirante tale, a conoscenza quindi delle modalità e degli strumenti della comunicazione mediatica.
La verità nel corso dell’opera cinematografica viene poi più volte intesa come rivelazione. La pellicola contiene al suo interno un doppio elemento religioso. Da una parte il film ha un tono fortemente cristiano in quanto apocalittico ed escatologico: tutta il racconto tende al momento della diffusione della rivelazione che sovvertirà l’intero destino dell’umanità, assicurandole anche un futuro più prospero perché potrebbe diventare il dispositivo capace di placare la moltiplicazione dei conflitti internazionali che attraversano il globo intero. Il secondo tema più che strettamente religioso è un’indagine sulla fede stessa, la sua importanza e la sua labilità di fronte ad una possibile altra rivelazione, seppur scientifica.
Nonostante le ambizioni, l’ultimo film di Spielberg alterna momenti estremamente ispirati visivamente a una costruzione dell’immagine non sempre brillante nelle soluzioni adottate, in una cornice narrativa debole non coadiuvata da una sceneggiatura spesso incerta e poco incisiva. Il progetto metacinematografico è certamente interessante ma non si risolve in un prodotto visivo perfettamente all’altezza delle sue premesse teoriche.
