Finita la premiazione, i film iniziano a sedimentarsi ed è ora di fare un bilancio dell’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Bisogna partire quasi per forza dai premi anche se in una Mostra d’arte, questo il nome esatto della rassegna, sono forse l’aspetto più superfluo. Quest’anno, infatti, come già accaduto in passato, la giuria del festival ha dimenticato di premiare alcune delle migliori pellicole in concorso, per dare spazio a film meno riusciti e poco interessanti.
Le assenze eclatanti dal palmarès sono Look Back di Hirokazu Koreeda e Mr. Nelson, did you kill people? di Shinya Tsukamoto. Certo, è fisiologico che ci sia qualche grande escluso, soprattutto dato l’alto livello cinematografico di questa edizione, dispiace lo stesso il mancato riconoscimento di Tsukamoto che, a differenza di Koreeda, non ha ancora mai ricevuto la consacrazione festivaliera che meriterebbe.
Lo stesso Wild Horse Nine di Martin McDonagh che, a nostro avviso, meritava di ricevere premi più importanti, è stato forse poco compreso dalla giuria, che ha conferito una scontata Coppa Volpi a John Malkovich per una prestazione attoriale che lo proietta già verso gli Oscar. Avrebbe avuto più senso, forse, premiare la sceneggiatura del regista irlandese, piuttosto che per il secondo anno di fila consegnare il riconoscimento ad un film francese iperrealistico sulle nuove esperienze lavorative e il dramma dei bullshit jobs. Senza voler esprimere un giudizio negativo sulla qualità effettiva di Un bon petit soldat di Stephane Brizè, analisi chirurgica di temi di estrema attualità con una riuscitissima coppia recitativa composta da Alba Rohrwacher e Vincent Lindon. Meritato il gran premio della Giuria a Possible Love di Lee Chang-Dong, delicato ed elegante affresco sulla fine del lavoro che racconta la storia di uno scontro di classe a bassa intensità, fatto di silenzi e sospiri; il premio speciale va a Naza di Yuval Abraham (No other land) e Rachel Szor, che raccontano nel dettaglio il genocidio di Gaza, attraverso gli occhi dei soldati israeliani. È stata necessaria, infine, l’assegnazione del Leone d’argento per la regia a Dau di Il'ja Chržanovskij: progetto di rara follia, che mostra come il cinema possa ancora essere uno sforzo prometeico e arrogante, non un film perfetto ma un tentativo ammirevole di opera d’arte totale o anti-opera d’arte totale come qualcuno l’ha definito.
Prima di parlare del Leone d’oro è importante sgombrare il campo da polemiche sterili e funzionali a una certa destra sul fatto che questo premio sia andato a Woman Unknown perché unica pellicola in concorso diretta da una regista donna, informazione di fatto falsa considerando che Naza è codiretto da Rachel Szor. Questa vittoria ha poco a che fare con una scelta dettata dal politicamente corretto o simili, dal momento che la storia dei festival è costellata di vittorie conservatrici. Ciò non toglie che questo Leone d’Oro sia un errore. La vittoria di un film a nostro avviso mediocre, poco interessante dal punto di vista registico, cinematografico e, diciamolo, anche politico, risulta incomprensibile, o forse fin troppo.
La pellicola diretta da May el-Toukhi incarna tutti i vizi e le maniere del medio cinema d’autore, tempi dilatati, regia minima, temi conclamati e “importanti” e nulla da dire allo spettatore né sulla sua contemporaneità né sulla sua vita. Un film che pesca da Bergman senza assorbirne la profondità, che con una messa in scena sciatta vuole raccontare qualcosa di potenzialmente interessante, il collaborazionismo danese durante la Seconda guerra mondiale e le rappresaglie postbelliche, attraverso la storia del corpo di una donna. Questo film piacerà a un certo pubblico che cerca dal cinema un messaggio “giusto e importante” che sia preconfezionato, digerito e urlato senza possibilità di fraintendimento, un cinema vecchio che non scuote né sfida lo spettatore che viene accompagnato passo passo fino a un “Grande messaggio morale”. Woman Unknown è il più classico dei premi da festival, niente di nuovo dunque, un peccato data la selezione così notevole, che la giuria non ha avuto il coraggio di premiare. Nonostante l’argomento del film questo si configura come uno tra i meno politici del concorso ed è superato sul tema femminismo sia da Un peu avant minuit, che da film presentati nella categoria Orizzonti e giustamente premiati come Moragheb e Un détour par Diane.
Analizzando la selezione nel suo complesso possiamo dire che il fil rouge che guida e domina trasversalmente L’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia è, senza ombra di dubbio, la morte. Essa attraversa con epifanie differenti diciassette dei ventuno film in concorso, facendo aleggiare uno spettro funebre sul cinema contemporaneo. Un altro tema che risalta e viene declinato a loro modo da ben undici opere presentate in concorso è quello del racconto, inteso come pratica orale vera e propria. L’aspetto narrativo si manifesta in modi differenti nelle varie opere cinematografiche: a volte alla storia è interposta la voce di un personaggio narrante, è il caso dell’inquietante horror familiare L’Estranea di Paolo Strippoli, della poco riuscita novella gotica Company di Casey Affleck e della denuncia antibellica di Mr.Nelson, Did you kill people? di Shinya Tsukamoto. Il racconto in questo festival è anche una forma di terapia, come per il reduce Nelson e in 15/18 di Cedric Kàhn, commedia drammatica francese su un reparto di psichiatria giovanile. Terapeutico e curante è anche il tentativo di trovare nel racconto di sé un’assoluzione, ci pensano Un peu Avant minuit di Nicolas Parisier, in cui il protagonista cerca di capire se alla luce della sensibilità contemporanea si sia comportato correttamente nei suoi rapporti umani; e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, in cui il dramma della testimonianza diventa l’occasione per fare i conti con ciò che non è ancora risolto in sé stessi. Il racconto può essere poi quello mediatico spettacolarizzato, dato in pasto alla fame insaziabile del pubblico, come in Primetime e Ink. Troviamo poi il racconto come testamento, in Wild Horse Nine un John Malkovich in fin di vita prova a svelare i retroscena della storia del Novecento con un memoir che mette paura alla CIA in persona. Infine, il racconto politico, confessorio, dei soldati dell’IDF sui tetti di Tel Aviv, che in Naza svelano i segreti della macchina di morte automatizzata del genocidio di Gaza. Questa grande riflessione, così eterogenea, che emerge con forza dalla selezione principale ha un denominatore comune: l’idea che raccontarsi e raccontare sia una pratica umana imprescindibile, la terapia, la confessione e il raccontare storie, sono presentati come bisogno esistenziale universale. Rivivere e ricordare con le parole in tutti questi film è l’unico modo per elaborare traumi, significare l’insensato dell’esistenza e superare nodi personali o addirittura storici.
Tra i film di cui non abbiamo parlato meritano una menzione Succederà questa notte, inaspettata commedia romantica di Nanni Moretti che dimostra di saper superare sé stesso e che coccola i fan del regista; e Bucking Fastard grandioso ritorno alla finzione per Werner Herzog che filma una fiaba gotica che oscilla tra David Lynch e i fratelli Grimm.
Con almeno sette pellicole di grande livello, una decina di film tra il buono e il medio e solo due clamorosamente sbagliati- il Leone d’oro e l’inspiegabile Echo Chamber di Andrea Pallaoro- Alberto Barbera è riuscito nell’edizione meno mediatica, senza grandi nomi né di Hollywood né del cinema europeo, a firmare una delle selezioni migliori della storia recente della mostra, che soffre forse solo di una ridondanza di toni e temi che a loro modo, anche in questa ridondanza, sono testimonianza dello spirito del tempo.
