di Eleonora Verardi La migrazione, con le sue forme, i suoi ritmi e modalità, accompagna la storia umana nella sua universalità. In questo processo confini immaginari dividono e, implicitamente, arrestano quel moto naturale proprio dell’essere umano, frapponendo, tra le altre cose, permessi di soggiorno, visti e verbose pratiche burocratiche. Nel docufilm d’esordio di Maris Croatto il protagonista di questa dinamica socio-spaziale aperta è Hamza Meddah, un albero senza radici, in cammino dal Marocco verso Udine, passando per Venezia - che vista dall’alto gli ricorda immediatamente i grandi film di produzione americana della sua adolescenza. L’atto migratorio, ciò che lo precede e che ne accompagna lo svolgimento, viene raccontato e tracciato dettagliatamente in meno di un’ora di visione: la vita recente di Hamza si muove di pari passo con il movimento della macchina da presa - l’idea del progetto difatti nasce in fieri, si trasforma e cambia connotazione attraverso gli eventi cui Hamza è costretto a misurarsi nel suo percorso. Primo tra tutti, sicuramente, il tema della clandestinità. Giunto in Italia per realizzare il sogno di diventare regista e lavorare nel mondo del cinema, in meno di due anni perde il lavoro e, di conseguenza, è costretto all’espulsione dal territorio italiano. L’unica alternativa possibile, se non si vuole tornare, è quella di chiudersi in casa: Hamza diventa, nei fatti, un clandestino. E se è vero che le Parole determinano la realtà in cui viviamo esercitando indubbiamente un potere, è altrettanto legittimo riconoscere nel potere stesso una crisi intellettuale e civile: il termine clandestino - dal latino “colui che sta nascosto al giorno, che odia la luce del sole” - è un termine inopportuno, specie nel momento in cui si avvale della facoltà di connotare negativamente l’intero destino di un uomo e la summa delle sue esperienze. È il medesimo motivo per il quale, inizialmente, Hamza cerca di non rivelare agli altri la condizione in cui si trova per timore di spaventarli, percepisce sovente il giudizio negativo aprioristico dei più nei suoi confronti e, di conseguenza, tenta di nascondersi. Eppure, anche quando tutto sembra perduto, è comunque il diritto all’Essere a prevalere su stereotipi e luoghi comuni, perché “tutti abbiamo sangue migrante, alcuni nelle vene, alcuni sulle mani”: è a tal proposito che Hamza fonda il Cabaret Clandestino, un collettivo nato in territorio udinese per dar spazio e voce alle realtà creative locali, nuovo punto di riferimento per musicisti e artisti emergenti. Quest’ultima è solamente una delle numerose esperienze di cui la pellicola si serve per delineare nella sua totalità la storia del protagonista: ogni tassello è diligentemente articolato secondo l’alternanza delle due dimensioni spaziali – rispettivamente l’Italia e il Marocco – che nel loro complesso chiarificano i miracoli di questo viaggio.
