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La stanza accanto

2024-12-28 15:13

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La stanza accanto

Una verissima e insieme toccante riflessione sul concetto di fine, sul rapporto tra malattia e paziente, sulle infinite prospettive attraverso le quali affronta

Una verissima e insieme toccante riflessione sul concetto di fine, sul rapporto tra malattia e paziente, sulle infinite prospettive attraverso le quali affrontare l’agonia
di Lucrezia Bazzolo

Un lungometraggio con cui Pedro Almodóvar affronta con coraggio, e con altrettanto coraggiosa ironia, temi spinosi e pieni di insidie perché narratori della vita stessa, del come affrontare la nostra esistenza, dei suoi innumerevoli modi di metterci alla prova gettandoci nell’abisso più profondo del dolore e del come processare questo spiazzante eppure inevitabile senso di ineluttabilità a cui può sottoporci.



Ingrid e Martha, rispettivamente interpretate da Julianne Moore e Tilda Swinton, sono amiche che si ritrovano dopo molti anni in un periodo simbolico per entrambe, dove la negazione della morte e il suo doverla necessariamente affrontare si incrociano, in qualche modo si tengono strette e corrono insieme su binari paralleli e vicinissimi.



Quello che però differenzia le protagoniste è l’accettazione della fine, che Ingrid ignora e da cui è estremamente spaventata, proprio nello stesso momento in cui Martha invece impara ad elaborarla e ad affrontarla a causa della sua grave malattia, arrivando anche al punto di sentirsi delusa davanti alla possibilità di sopravvivere.



Sì, perché una volta che ci si abitua all’idea di morte tutto il resto cambia aspetto, fatti ed avvenimenti si traslano in qualcosa che non ha più lo stesso peso. La rilevanza e l’attaccamento alle cose vengono ridimensionati secondo una misura minore, più consapevole e forse più cinica, eppure conforme al passare degli anni, sono i personaggi stessi ad affermare infatti di riuscire a godere sempre di meno delle cose materiali con il passare del tempo; quella che viene così restituita è una solida idea di caducità, della presenza di un confine labile tra tutte le cose e i loro significati, la loro importanza.



Un film che assomiglia a un dipinto, come testimoniano esplicitamente l’utilizzo e l’accostamento impattante dei colori, della luce e il rimando a Edward Hopper attraverso la presenza di un suo quadro proprio in una delle scene; tutto appare spontaneo e naturale seppur profondamente studiato, funzionale a una geometria degli spazi così evidente da sembrare inevitabile, una scelta di arredamento nitida e precisissima, come negli interni delle pellicole di Stanley Kubrick.



Le due attrici appaiono diafane immerse in tocchi cromatici vividi, inaspettati ma così esatti, tutto sembra essere dove dovrebbe.



Quello presentato da Almodóvar è uno spaccato intenso su cosa possa significare soffrire, provare dolore e sopportarlo, fisicamente e mentalmente; Martha così, un’anti-madre abituata al contatto con la guerra per motivi professionali, si ritrova a dover affrontare l’ennesima battaglia, questa volta contro il cancro, una battaglia tra malattia e paziente, che lei definisce tra bene e male, o si vince o si perde.



Fragile e svuotata dal suo male, che l’ha ridotta a pochissimo di sé stessa, Martha chiede alla sua amica di essere la sua compagna in questo ultimo viaggio verso la chiusura della sua vita con un’umiltà che commuove, perché priva di vergogna e autocommiserazione; le chiede di stare nella stanza accanto, di non lasciarla sola in questa decisione che rappresenta il punto focale del lungometraggio, viene così restituita con nitidezza la scelta dell’eutanasia, tremendamente vista e percepita come un reato, come modalità di andare via da un mondo che nel film appare altrettanto agonizzante, crudele e disumano, cosparso da una delirante assenza di empatia che produce una mancanza di connessione oggettiva e alienante.



Ingrid accetta e diventa così la personificazione di un’amicizia che non conosce limiti personali, che abbatte paure e lontananze, in cui si combatte insieme, facendoci capire che abbiamo tutti delle apocalissi personali e che ci sono molti modi di vivere dentro a una tragedia, più di quanti siamo abituati a immaginarci.



Molti sono i punti su cui riflettere, molti sono i temi toccati come il rapporto tra sesso e guerra, come la guerra stessa sia in grado di rendere la sfera sessuale un’urgenza, “come fare sesso con un terrorista che è sempre sul punto di partire, ogni volta sembra l’ultima"; proprio a riguardo Martha si dimostra estremamente reale e rivela alla sua amica la sua promiscuità scoperta attraverso la guerra, perché più di ogni altra cosa il sesso allontana l’idea di morte, ci concede un’astrazione, ci esula dalla nostra identità e ci permette di essere altro, o forse semplicemente la versione più primordiale e ruvida di noi stessi.



Tilda Swinton, come una criminale innocente, segretamente fa affidamento al dark web per trovare la pillola, l’unico elemento che le farà raggiungere concretamente la parola fine; una materializzazione della morte, ridotta in compressa, capace di dare forma, colore e consistenza all’inconsistente, un involucro tanto piccolo quanto capace di contenere l’incontenibile.



Una casa, quella in cui Martha decide di far accadere il tutto, che appare come un tempio contemporaneo immerso nella natura, un’ architettura gentile che richiama le geometrie delle costruzioni di Frank Lloyd Wright, un santuario che conferisce dignità alla morte, che prende le sembianze della scelta più giusta da fare.



La stanza accanto si trasforma in un poema della verità, crudo ma senza violenza, vero e necessario, come quelle parole difficili da dire, ma liberatorie e salvifiche.



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