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L’Africa di Pasolini: Appunti per un’Orestiade africana

2025-01-04 12:15

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L’Africa di Pasolini: Appunti per un’Orestiade africana

di Luca Caltagirone

«Mi sto specchiando con la macchina da presa nella vetrina di un negozio di una città africana. Sono venuto evidentemente a girare. Ma a girare che cosa? Non un documentario, non un film. Sono venuto a girare degli appunti per un film. Questo film sarebbe l’Orestiade di Eschilo da girarsi nell’Africa di oggi, nell’Africa moderna».

Così la voce calda e rassicurante di Pasolini apre


Appunti per un’ Orestiade africana

, un documentario per “un film da farsi”, nato dal viaggio che il regista fece in Africa in vista della realizzazione del film l’Orestiade di Eschilo, poi mai realizzato.



Il film, pressoché unica voce del rimorso coloniale italiano oltre che documento fondamentale per lo studio dell’antropologia dell’immagine, ci offre anche lo spunto per riflettere sul rapporto tra Pasolini e l’Africa, quest’ultima vista come una terra arcaica e popolare, colta nel «passaggio cioè quasi brusco e divino, da uno stato “selvaggio” a uno stato civile e democratico». 




Dirà Moravia:


«[...] è uno dei più belli di Pasolini. Mai convenzionale, mai pittoresco, il documentario ci mostra un’Africa autentica, per niente esotica e perciò tanto più misteriosa del mistero proprio dell’esistenza, coi suoi vasti paesaggi da preistoria, i suoi miseri villaggi abitati da un’umanità contadina e primitiva, le sue due o tre città modernissime già industriali e proletarie. Pasolini “sente” l’Africa nera con la stessa simpatia poetica e originale con la quale a suo tempo ha sentito le borgate e il sottoproletariato romano».

La vitalità, l’autenticità e la “primordialità” che lo avevano portato alla sacralizzazione del sottoproletariato, come avviene in Accattone e ne La Ricotta, ora appaiono caratteristiche degli autoctoni africani, i quali dotati di uno spirito arcaico e “magico”, si prestano a rappresentare quel mondo pre-industriale e pre-borghese che era l’Antica Grecia. Ed è per questo motivo che, all’interno del documentario, più volte il regista insiste sul carattere popolare del film:


“Lo ripeto, il carattere del mio film deve essere profondamente popolare. I protagonisti devono essere questi: ecco qui una donna che raccoglie l’acqua dal pozzo, questo bambinello, questo giovanotto elegante”

Linde Luijnenburg, prof.ssa in Cultural Histories of Migration and Coloniality presso l’Università di Amesterdam, afferma: 


«The transformation of the Erinyes, the Furies − ‘dee medievali del terrore esistenziale, [...] del terrore atavico, ancestrale’ − into the Eumenides − ‘dee dell’irrazionalità in un mondo razionale, [...] diciamo così dei sogni, dell’irrazionale che permane accanto alla democrazia razionale del nuovo stato’ − reminded Pasolini of the transformation Africa was experiencing; the continent was now in the middle of a transition from a ‘Middle-aged period’ to a ‘democratic period’. This is why he wanted to set the Oresteia in contemporary Africa». 

Pasolini fotografa, dunque, quel processo di metamorfosi dal mondo arcaico e tribale a quello moderno e industriale di una nazione che stava uscendo da secoli di oppressivo colonialismo, raggiungendo la tanto auspicata indipendenza. Spiega il regista all’interno del documentario:


«Prima di tutto voglio dirvi perché ho deciso di fare l’Orestiade di Eschilo nell’Africa di oggi. La ragione essenziale, profonda è questa: mi sembra di riconoscere delle analogie fra la situazione dell’Orestiade e quella dell’Africa di oggi. Sopratutto dal punto di vista della trasformazione delle Erinni in Eumenidi. Mi sembra che la civiltà tribale africana assomigli alla civiltà ar- caica greca. E la scoperta che fa Oreste della democrazia, portandola poi nel suo

 


paese, che sarebbe Argo nella tragedia e l’Africa nel nostro film, è in un certo senso la scoperta della democrazia che ha fatto l’Africa in questi ultimi anni».

Alla ricerca di corpi e luoghi per la realizzazione del film, Pasolini prova a sovrapporre le maschere della tragedia eschilea sugli abitanti autoctoni, cercando di trovare quante più affinità psicofisiche:


«Elettra è il personaggio più difficile da trovare nell’Africa di oggi. Le ragazze africane sembrano prive di quei sentimenti di durezza, di fierezza, di odio, che animavano invece Elettra. Esse ridono. Pare che non sappiano fare altro che ridere e accettare la vita come una festa con i loro fazzoletti di tutti i colori, rossi, gialli, azzurri, violetti».

Il documentario mostra anche un confronto tra Pasolini e alcuni studenti africani dell’Università “La Sapienza” di Roma sull’idea stessa di ambientare la tragedia nell’Africa moderna: alla totalizzante idealizzazione dell’Africa compiuta da Pasolini si contrappongono alcune perplessità da parte degli studenti sulla sovrapposizione tra l’Africa e l’Antica Grecia. Perplessità che sono anche comuni a Pasolini, consapevole della profonda distanza tra le due civiltà, ma convinto della comune capacità dei nativi di aderire istintivamente alla vita e di essere in contatto con i bisogni elementari dell’esistenza. Dice a tal proposito:


«Niente è più lontano di queste immagini dell’idea che comunemente ci facciamo della classicità greca. Tuttavia, il dolore, la morte, il lutto, la tragedia, sono elementi eterni e assoluti che possono benissimo legare queste immagini brucianti di attualità con le immagini fantastiche dell’antica tragedia greca».

Prodotto dalla Rai, questo splendido viaggio visivo all’interno del folclore africano non verrà mai trasmesso e uscirà nelle sale più di sette anni dopo, nel novembre del 1975, dopo la morte del grande autore. Considerato minore all’interno della grande filmografia del regista bolognese, ci resta un documentario intriso di passione e di umanità, e ancor oggi importante fonte di studio per essere uno dei pochissimi documenti, prima degli anni 80’, a ricordare la triste storia del passato coloniale italiano.




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