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Dentro la materia: lo stop motion italiano è vivo e si sporca le mani di plastilina

2026-01-16 15:01

Gianmarco Cavallaro

Articoli,

Dentro la materia: lo stop motion italiano è vivo e si sporca le mani di plastilina

L'animazione in Italia è viva e si sporca le mani con la plastilina. Mentre Villoresi e il suo Orfeo lo mostranocon doveroso orgoglio nelle sale di tu

 

L'animazione in Italia è viva e si sporca le mani con la plastilina. Mentre Villoresi e il suo Orfeo lo mostrano con doveroso orgoglio nelle sale di tutta Italia, altri agenti maggiormente in incognito (rispetto al grande pubblico) portano in vita, con maestria, l'inanimato. Partiamo da Paolo Gaudio. La sua è una figura interessante, regista per professione e, dal trasposrto con cui lo si sente parlare di cinema, per vocazione. Il suo cinema non è proprio ordinario e facile da descrivere,
provate a chiudere gli occhi e a visualizzare la seguente immagine: un eroe-filosofo, in compagnia di una flotta creata dalle supreme mani del dio Harryhausen, a bordo di una grande imbarcazione spinta dal soffio tragicomico del dio Gillian che naviga in acque senza pace popolate da belve Lovecraftiane. L’eroe porta con sé ferite fulciane, e ha frammentarie visioni degne del miglior Dario Argento. Se a parole la confusione prevale, sullo schermo l'immaginario di Paolo Gaudio raduna le sue influenze e le educa alla complessa (e frustrante) arte della stop-motion. Per il regista lucano, secondo quanto ha affermato nella recente intervista con Screenworld, la sua fascinazione per il passo uno ha una doppia natura: un legame innanzitutto storico nato quando era un fanciullo e un legame esistenziale, antropologico: per Paolo l'uomo ha un'intenzione quasi viscerale di inanimare ciò che è morto, e qui cito testualmente - perché è un pensiero così bello che deve essere condiviso il più possibile - : "[la stop motion] è annoverabile tra i gesti romantici e nostalgici che non portano a niente ma che ci rendono umani e ogni volta che il mio cervello rifiuta che quella cosa si muove, ho un godimento che chiamerei cinema". Penso che non vi sia altro da aggiungere su questo. Con Black ReCat, Looney Foodz e Dagon (attualmente in concorso in vari festival in giro per il globo) Paolo Gaudio setta un ampio raggio d'azione andando dall’ideazione di format comici per l’infanzia dalle risonanze pop (Looney Foodz) per giungere a una più viscerale rielaborazione di storie e personaggi che hanno affollato la sua infanzia e adolescenza, quelle dell'horror classico (Black ReCat e Dagon). I personaggi, sempre molto riconoscibili e originali, sono ideati dalle virtuose mani dell'illustratore Gianluca Maruotti che accompagna Paolo in questo sodalizio artistico fin dal suo primo film. Nella narrativa di Paolo, la fiaba, l'onirico, l'horror e il grottesco si fondono tutte assieme sotto il nome della filosofia. Attraverso il suo cinema Paolo Gaudio mette a nudo i dubbi e le paure, spesso le ossessioni, che da millenni l'uomo porta con sé e contestualmente mira a creare un cinema che induca a una riflessione profonda, perché, a detta
dello stesso regista e in accordo con la storia del cinema stesso, la settima arte deve cambiare la morale e
cambiare la vita o anche solo la giornata dello spettatore, non può essere una carezza ma quanto più uno
schiaffo.
Restando sul cinema di Paolo, è ora doveroso sedersi a tavola e mangiare tutti insieme un po' della torta di
compleanno della sua opera prima; quest'anno infatti compie dieci anni Fantasticherie di un passeggiatore
solitario: prendendo spunto da un racconto semiautobiografico di Rousseau, Paolo stravolge la storia, la
arricchisce di sé e della propria immaginazione, e progetta con ambizione folle e sfrontata un'opera in
tecnica mista. Esatto avete capito bene, un'opera prima in tecnica mista. La pellicola, infatti, si compone di
tre sottotrame di cui una è ovviamente in stop motion. La sua regia, con goliardico entusiasmo, sperimenta
anche la puppet motion e la pixelation (tecnica con cui, con lo stesso meccanismo del passo uno, si crea il
movimento utilizzando frame liveaction). Il grande merito da dare al regista, prima ancora dell'estetica e di
tutto il lato profilmico, riguarda la fase di produzione: la sua è una storia di resilienza delle idee, è un
esempio di come se si crede fermamente a un proprio progetto in un modo o nell'altro lo si può portare a
termine. Come il regista ha raccontato a più riprese, il film è partito autoprodotto contro tutto e tutti.
Utilizzando le proprie forze, le proprie economie e, in parte, conoscenze e amicizie, Paolo è riuscito a dare

alla luce la sua opera primigenia. Non è andata così liscia: subentrò ad un tratto un ostacolo improvviso che
fece stoppare i lavori, poi... la svolta. L'aiuto di un produttore e fondi esterni sono stati decisivi per riuscire
a capitolare l'opera che, seppur con dovuti accorgimenti e compromessi, è fortemente intrisa del progetto
originale.
Spostandoci su ciò che concerne la visione partiamo dalla struttura narrativa: le linee temporali, intrecciate
in modo geniale, si collegano attraverso curiosi espedienti che prendono forma di sogni, oggetti e creature.
Il frastagliato intreccio accompagna tre soggetti in cerca di senso: un ragazzo dei nostri tempi tormentato
dal proprio passato, un poeta romantico ossessionato dalla propria poetica e dal ricordo lontano della
propria amata e, infine, un bambino curioso e inquieto incuriosito da uno strano libro. Il vacuitas, concetto
che permea tutto, destinazione di tutti e tre i protagonisti, assume la connotazione di rito, di liberazione e
rinascita. Il protagonista dei giorni nostri cerca di dimenticare il passato, i traumi infantili e il dolore: la
letteratura ha sempre rappresentato un modo per lui per conoscersi, ora, un libro nello specifico
rappresenta per il ragazzo una modalità di rinascita. Lo scrittore, che affonda quotidianamente la sua
mente in litri di alcol e sostanze allucinogene cerca nella propria opera l'espiazione dalle proprie colpe. Pure
il bambino, inconsciamente, andrà incontro al proprio vacuitas attraverso il proprio personale rapporto con
l'anziano del bosco. La destinazione del bambino in questo film, di chiara ispirazione mitica, è
rappresentata dall'uscita dalla propria infanzia e dalla scoperta delle "paure dei grandi", cioè il simbolo
dell'età adulta predominata dal conscio e dall'inesorabile pensiero della morte. La morte è dunque il
secondo macro-tema che accomuna le tre linee temporali. Un terzo simbolo chiave del film è il bosco, fonte
di alienazione e smarrimento, rappresentante l'inconscio - l'enorme pozzo attraverso il quale specchiarsi, il
grande vuoto - e quindi, in un allucinogeno percorso ciclico, giungiamo ancora al vacuitas.

Da Roma, ora occorre spostarsi a Bologna, nella Città Rossa, chiusi nella loro magica fucina, alcuni artigiani
di storie e di vita negli ultimi anni hanno giocato a fare Dio... letteralmente. In effetti, non si riflette
abbastanza alla curiosa sorte dell'uomo: plasmato da un'entità (demiurgo onnisciente o evoluzione severa
che sia), catapultato sulla Terra a interpretare maschere e identità e incastrato nel gioco della carne che si
ammala e si deteriora. Spesso quest’essere si ritroverà a cercare la connessione con l'entità di partenza,
qualsiasi cosa sia, un po' in cerca di senso, un po' per istinto. Così, come il demiurgo gioca con le sue opere
e le modella o in base alla propria volontà, o secondo aleatorie leggi di natura, Matteo Burani e Arianna
Gheller giocano con plastilina e strutture in alluminio secondo le leggi del passo uno. Si sta parlando dei due
fondatori dello studio di animazione bolognese Studio Croma Animation. Matteo Burani è character
designer, puppet fabricator, regista e sceneggiatore mentre Arianna Gheller è puppet maker, animatrice e
post-producer dello studio.
Parlare di Studio Croma come di una fucina è non solo necessario ma doveroso: in primis vengono seguiti
tutti i passaggi produttivi fin dal taglio del legno, in più, oltre quest’ultimo, nei loro corti hanno saputo
manovrare un ben più vasto repertorio di materiali. Oltre alla poliedricità tecnica posseggono anche la
capacità di variare nell'estetica del character design (dimostrando così estrema conoscenza di vari stilemi
dell'animazione) e nelle tematiche trattate. Tra i loro vari corti, mi ha veramente colpito Hypnotidoo, storia
che, tra le altre cose, simboleggia l'infanzia, fase predominata da emozioni forti (come la paura
rappresentata da un temporale), fase catalizzata in oggetti che diventano nella testa del bimbo veri e propri
compagni di viaggio, nonché periodo incantato e immacolato come una radura illuminata a giorno. In
questa sede non verranno aggiunti particolari sul backstage in quanto il loro team provvede anche alla fase
di esternalizzazione delle idee e di procedimenti e sperimentazioni con video dedicati alle lavorazioni e ai

dietro le quinte montati in maniera ottima e caricati sul canale YouTube di Studio Croma. Negli ultimi tre
anni lo studio ha lavorato al suo progetto più ambizioso, Playing God, la cui tematica è la stessa descritta
nel paragone introduttivo di questa seconda parte: il rapporto tra uomo e Dio in una parabola
esistenzialista dai tratti iperrealistici e scene body horror. Il corto ha richiesto una sinergia tecnica tra
claymotion, puppetmotion e pixellation, nonché un folle numero di figure (50!) create dalla puppet maker
Sole Piccinino e mosse a mano frame dopo frame da Arianna. Matteo ha prestato il suo volto nonché le
braccia per la parte del demiurgo, in questo caso è stata realizzata una maschera affinché il viso del
creatore fosse molto simile a quello degli esseri da lui stesso creati. Ora che li abbiamo conosciuti un po’
non ci resta che tifare per loro nell’esperienza americana in quanto Playing God è stato di recente inserito
nella shortlist dell’Accademy nella sezione Miglior cortometraggio d’animazione.

In questo clima di estro e fantasia, dove sapienti mani animano giorno dopo giorno le storie del futuro, non
ci resta che condividere quanto più possibile il lavoro di questi artigiani della settima arte affinché venga
loro riconosciuta la straordinarietà del loro lavoro, il quale, si spera, possa diventare motore della prossima
fase dell'animazione italiana.

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