Più di cinquanta anni fa usciva nelle sale “Lettera aperta a un giornale della sera” di Francesco Maselli, il film che venne definito “il primo film della sinistra critico verso la sinistra”, che riflette sulla crisi politica del Partito Comunista Italiano che già nel 68’, anno in cui fu girato il film, era divenuto un partito eterogeneo con all’interno culture e pensieri differenti e divisivi. Il film racconta di un gruppo di intellettuali di sinistra che un giorno, un po' per noia un po' per provocazione, dichiarano, in una lettera aperta, la loro intenzione di partire come volontari per il Vietnam per difendere la causa vietnamita. Dapprima ignorata, la lettera viene poi pubblicata su un noto
settimanale e la notizia suscita grande scalpore nei media. Il gruppo di intellettuali, abituati alle chiacchiere rivoluzionarie e a trasgressivi giochi erotici, entra in crisi e, con grande preoccupazione, si trova improvvisamente a dover rispondere alla chiamata alle armi. Già dalla premessa, l’obbiettivo del film è evidente: mettere in luce l’ipocrisia e l’incoerenza dello “spirito rivoluzionario” di una certa parte della sinistra italiana e la sua incapacità di abbandonare la sicurezza e la prosperità di un
Paese occidentale come l’Italia. Dall’obbiettivo non si può non notare il grande paradosso del film: la critica asprissima alla sinistra italiana viene proprio da un regista comunista, inoltre iscritto al partito e membro della Commissione culturale della direzione del PCI. Se dunque in un primo momento le intenzioni del film possano apparire sconvenienti, dall’altra sono anche il sintomo della forte libertà interna del PCI e della sinistra italiana di quel periodo, aperti anche a ricevere critiche aspre e contrari a ogni forma di censura. Come dichiara il regista Francesco Maselli: «ho potuto fare tranquillamente un film molto polemico, molto critico su di noi, su noi comunisti di allora e anche direttamente sul partito di allora... nel 68’ è girato il film... e non mi è successo niente [...], non fui nemmeno espulso». Anzi, sottolinea il regista nell’intervista con Walter Veltroni, il film fu pubblicato con doppio spazio sul giornale “l’Unità”, lo storico quotidiano comunista italiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Il film si inserisce nella florida stagione del “cinema politico italiano” degli anni 60’ e 70’, che vede come protagonisti alcuni dei più grandi registi del nostro Paese come Elio Petri, Gillo Pontecorvo e Francesco Rosi. Come ricorda Maselli con amara nostalgia, oggi un film come “Lettera aperta a un giornale della sera” sarebbe inconcepibile per la sua intenzione polemica e la sua fortissima carica politica e sociale. Negli anni 70’ infatti, il cinema, legittimato da una critica cinematografica agguerrita, rappresentava «il luogo di battaglia delle idee, di spirito critico, di polemiche». Il film di Maselli racconta in modo lucido e potente il clima di “confusione generosa” (la locuzione è di Veltroni e piace molto a Maselli) del Sessantotto, un periodo in cui l’Europa occidentale fu investita da una forte ventata di contestazione e da moti di rivolta giovanile animati soprattutto dagli studenti universitari. In questo periodo, un senso di frustrazione generato dalle rigide e antiquate norme sociali approdò a una contestazione globale della società borghese occidentale, sfociando principalmente in un forte sentimento di antiautoritarismo e antimperialismo. Come si legge in tutti i manuali di storia contemporanea, se da una parte il Sessantotto fu un anno fondamentale che introdusse fermenti di liberazione e democratizzazione nelle principali società europee, dall’altra, in termini di risultati concreti, ebbe un impatto molto limitato e in un certo senso fu la genesi della radicalizzazione politica che portò ai fenomeni del terrorismo e della lotta armata degni anni 70’ e 80’. Nella grande complessità che fu il 68’ italiano, Maselli fotografa proprio quell’atteggiamento altalenante degli intellettuali di sinistra riguardo il sostegno alle lotte per l’autodeterminazione del Terzo Mondo, di cui il Vietnam ne era
diventato il simbolo. Scissi tra un senso di seriosità rivoluzionaria e un’irriverenza ludica nella critica al potere, i rassegnati firmatari del film di Maselli si rilevano incapaci di gestire una situazione più grande di loro ed entrano in crisi. Solo alla fine del film, un inviato vietnamita annuncia che l’invio della delegazione è sospeso e i protagonisti, rivitalizzati dalla bella notizia e ora finalmente spensierati, si mettono a giocare a calcio con un barattolo di latta. La frivolezza dello scontro sportivo è evidentemente in contrapposizione con la serietà della lotta armata a cui dovevano partecipare i protagonisti. Il messaggio è evidente: gli intellettuali, infarciti di una vuota retorica rivoluzionaria, sanno solo giocare “a fare la lotta” senza avere la minima idea di cosa sia veramente una guerriglia armata. Il film non vuole sminuire l’importanza delle cause terzomondiste e antimperialiste da parte degli intellettuali (Sartre, tra questi, ne è il più famoso interprete europeo), che anzi sono state fondamentali per sviluppare una coscienza postcoloniale e anticoloniale, ma offre una riflessione su una certa tendenza di una certa sinistra di appropriarsi di certe cause politiche con presunzione e superficialità, senza un reale impegno genuino e disinteressato. L’incoerenza e lo stato di alterazione dei protagonisti chiamati a rispettare gli impegni presi è evidenziata da uno stile di girare disordinato, nervoso e quasi documentaristico. La macchina a mano, la fuori sincronia, la grana della
fotografia in 16 mm sono funzionali a generare una simmetria tra contenuti e linguaggio cinematografico e trasmettono sapientemente il senso di disordine e
inconsistenza di quell’ondata che fu il 68’ italiano. In relazione al rapporto tra finzione e realtà, è curioso notare l’atteggiamento bivalente del regista che fa cominciare il film con la scritta “Materia del film è una ipotesi. Quindi ogni riferimento a fatti e personaggi esistenti è da ritenersi evidentemente casuale”, mentre in un’intervista recente, dichiara il forte carattere autobiografico del film, sottolineando che «ci sono tutti i riferimenti a personaggi storici della sinistra». Per quanto riguarda il cast, il film fu girato con attori professionisti ma non molto famosi (ad eccezione di Nanni Loy) e, tra i tanti, spicca la presenza di Goliarda Sapienza, una delle più grandi scrittrice del Novecento italiano (da poco è uscito il film “Fuori” di Mario Martone ispirato alla sua vita), nonché compagna per diciotto anni di Maselli. Il film di Maselli, oltre che essere una critica politica (o meglio autocritica, come preferisce dire il regista) è un ritratto lucido e fedele dell’Italia degli anni 60’, con le sue scoperte e mode influenzate dall’americanizzazione del dopoguerra, come le macchine d’epoca, la cultura del fumo e le minigonne. Per questo motivo, rimane un film capace di fotografare le principali tendenze di quel periodo così disordinato e complesso e trasporle sullo schermo con grande sapienza e originalità. In un momento di crisi politica italiana come quello che stiamo vivendo, il film di Maselli ci ricorda l’importanza del cinema come medium capace di catturare frammenti di realtà e riflettere criticamente su questi, anche a costo di doversi autocriticare e fare una resa dei conti con i propri fantasmi interiori.
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