Distribuito da Cat People ed EXA grazie a I Wonder Pictures, da domani giovedì 7 maggio uscirà nelle sale “Dracula”, la nuova ambiziosa e dissacrante opera del regista Radu Jude, presentata in occasione del Locarno Film Festival e, in Italia, del Torino Film Festival. Il regista, che è rumeno come l’origine del mito vampiresco, si rifiuta di compiere l’ennesima trasposizione cinematografica del romanzo gotico di Bram Stoker (l’ultima è quella dell’anno scorso di Luc Besson, accolta in modo divisivo alla Festa del Cinema di Roma), ma crea un’opera fiume postmoderna e metacinematografica, volutamente caotica e a tratti kitsch, che decostruisce e attualizza la mitologia draculea attraverso una serie di variazione stravaganti del vampiro, tra politica, folklore e commedia. In vestaglia e ripreso frontalmente in una buia cameretta, un giovane regista si rivolge agli spettatori comunicando le sue difficoltà nel progetto creativo di rinnovare il mito di Dracula per un suo nuovo film. Quindi si rivolge all’intelligenza artificiale che crea per lui una serie di racconti che attraversano il nonsense, la satira e il grottesco. Da qui il flusso travolgente di storie eccentriche e allucinate che partorisce l’intelligenza artificiale, riappropriandosi di materiale preesistente (film, libri, narrazioni varie), proprio come un vampiro che vive di parassitismo “succhiando” l’energia, le risorse e le vite dagli altri. E quindi amplia, modifica, decostruisce in pochi secondi le opere d’arte umane con spirito dissacratorio e irriverente (emblematica la sequenza in cui alcune scene del “Nosferatu” di Murnau vengono utilizzate per una campagna pubblicitaria di argomento pornografico). L’algoritmo dell’intelligenza artificiale è in grado di fondere e amalgamare miti, racconti, storie che possono essere (spesso in modo molto vago) ricondotti al mito di Dracula, spaziando nell’immaginario culturale e creando storie di attualità (il Dracula TikToker), di satira politica (il clichè del vampiro capitalista) o trasposizioni letterarie come quella del primo romanzo rumeno di vampiri (il “Vampiro” di Amza e Bilciurescu). Quest’ultimo segmento ha una durata di circa cinquanta minuti del film: gli episodi infatti, quasi tutti autonomi (tranne uno che viene ripreso alternativamente a più riprese), sono di durata varia (si va dai pochi secondi sino a quasi un terzo della lunghezza totale del film), e questa varietà amplifica il senso di confusione e disorientamento che riflettono la frammentazione della nostra soggettività postmoderna. Sembrano infatti prendere vita le parole del filosofo francese Jean-François Lyotard quando afferma che, nel mondo ipertecnologizzato del capitalismo avanzato, le narrazioni sono diventate «una nebulosa di elementi linguistici narrativi» complessi e frammentati, costantemente esposti a potenziale falsificazione e contraddittorietà (Lyotard, 1979). Oppure potremmo prendere in prestito le parole di Walter Benjamin quando descrive l’estetica Dada come un’ “insalata di parole”: alle prese con la creatività, l’intelligenza artificiale sembra proprio creare un insieme di elementi diversi e disordinati tra loro, fusi forzatamente e finalizzati a creare un effetto di choc visivo o narrativo (Benjamin, 1936). Per restare in questioni benjaminiane, l’opera d’arte sembra non solo aver perso la sua aurea ma appare anche disumanizzata, perdendo la fiducia nelle intenzioni creative dell’uomo. Un personaggio del film a un certo punto cita la frase di Karl Marx «il capitale è lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più né succhia». Viene quindi subito in mente la metafora vampiresca con l’intelligenza artificiale, che appare dunque come una sublimazione del capitale, una sua espressione attraverso la tecnologia per aumentare la produttività e il controllo. È ciò che la filosofa Shoshana Zuboff chiama “capitalismo della sorveglianza”, ossia l’idea secondo la quale le grandi aziende tecnologiche, raccogliendo e controllando enormi quantità di dati sugli utenti, ne orientano i gusti e ne modellano le scelte. Tornando agli aspetti formali del film, ciò che iscrive l’opera di Jude nel canone della postmodernità è anche il citazionismo ipertrofico di opere del passato: in continuità con l’idea di decostruire le mitologie antiche e moderne, vengono citati decine di registi e film del passato sia legati alla rappresentazione vampiresca come il “Nosferatu” di Murnau o la trasposizione di Coppola, sia estranei al mito di Dracula, come i registi Chaplin, Dreyer e Spielberg. Ma ancora postmoderno è l’uso di sequenze con gli effetti spettacolari grezzi creati dall’intelligenza artificiale che sembrano riportare il cinema (paradossalmente) alle sue origini, creando un cortocircuito tra scarti temporali e favorendo un rapporto di tipo “attrazionale” con lo spettatore. In bilico tra astrazione e realtà, Radu Jude rovescia il concetto stesso di adattamento cinematografico e propone una riflessione sulla società contemporanea e sull’intelligenza artificiale che consuma e si nutre freneticamente dell’immaginario culturale, aprendo gli occhi sulla nostra epoca senza avere paura di sperimentare con sequenze crude e disturbanti. Un film che usa un’estetica forte come strumento per smascherare le ipocrisie sociali e culturali, adatto a chi non ha non ha paura di essere provocato, disturbato, messo in discussione, perché, come diceva Pasolini, «chi si scandalizza è sempre banale».
.jpeg)