Curry Barker, giovane talento emerso dalla fertile (e spesso sottovalutata) scuderia dei creatori digitali, prova a rispondere con Obsession, un’opera che scivola con inquietante eleganza lungo il confine tra commedia nera e horror psicologico.
Il film parte da una premessa archetipica, una fiaba nera che affonda le radici nella letteratura del primo Novecento: il mito della "Zampa di scimmia" di W.W. Jacobs. Bear, un giovane commesso invischiato in un’esistenza grigia e segnata da una cronica inettitudine sentimentale, decide di piegare il destino al proprio volere. Utilizzando un misterioso talismano, il "One Wish Willow", esprime un desiderio tanto elementare quanto devastante: che Nikki, la sua migliore amica, lo ami sopra ogni cosa al mondo.
Ciò che segue non è il coronamento di un sogno romantico, ma l’inizio di una discesa nell’abisso. La metamorfosi di Nikki - interpretata da una magistrale Inde Navarrette - non si manifesta come una trasformazione soprannaturale, ma come l’erosione progressiva della sua autonomia. L’amore, in Obsession, viene svuotato della sua natura di libera adesione e ridotto a una forma di sorveglianza reciproca. Il desiderio di Bear, lungi dall'essere un atto di romanticismo, si rivela come una forma suprema di violenza: l'annullamento della volontà altrui.
È qui che Barker compie il suo scarto intellettuale più interessante. Obsession non ci racconta la storia di un mostro esterno, ma ci costringe a guardare attraverso gli occhi del carnefice. Bear non è l'antagonista classico, ma una figura patetica e terribilmente contemporanea: un individuo fragile che, nel tentativo di colmare un vuoto esistenziale ("bullimia di conferme", direbbero alcuni sociologi), finisce per erigere un monumento al proprio egoismo. Il film decostruisce il concetto di friendzone non per risolverlo, ma per esporre la tossicità latente che spesso si nasconde dietro l'insoddisfazione romantica.
Dal punto di vista della messa in scena, l’autore dimostra una consapevolezza tecnica sorprendente. Barker gioca con il "perturbante" freudiano, rendendo spaventosamente estraneo e sinistro ciò che vi è di più intimo e familiare. Gli sguardi di Nikki, spesso immersi nell'ombra, e la gestione di spazi domestici che si fanno via via più asfissianti, trasformano la tensione in una costante, silenziosa minaccia. La fusione tra ironia grottesca e orrore puro non serve a distrarre lo spettatore, ma a sottolineare l'assurdità di una dinamica in cui l'amore diventa, letteralmente, un oggetto di consumo.
In un panorama horror che cerca spesso di "elevarsi" attraverso metafore complesse o sovrastrutture intellettuali, Obsession sceglie una strada più viscida e diretta. È un film che interroga il presente: in un mondo dove le relazioni sono processate attraverso etichette rapide - "cringe", "toxic", "red flag" - Barker ci ricorda che la vera horror vacui risiede nell'incapacità di accettare l'alterità dell'altro.
Obsession è, in definitiva, una diagnosi spietata: un monito su cosa accade quando il desiderio smette di essere un ponte verso l’altro e diventa, invece, una prigione costruita su misura. Il film di Barker ci lascia con un interrogativo scomodo: siamo davvero pronti a gestire le conseguenze di ciò che chiediamo, o preferiamo restare nell'infelicità, pur di mantenere intatto il nostro fragile controllo?
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