Martin McDonagh torna al Lido di Venezia dopo l’acclamato “Gli spiriti dell’Isola” (2022) con Wild Horse Nine. Il regista irlandese filma un brillante riepilogo critico della storia degli interventi politici statunitensi nelle vicende internazionali del XX secolo, dall’omicidio di Allende a quello di Lumumba, passando per la guerra in Vietnam e l’omicidio Kennedy. Questi eventi sono incarnati nel personaggio di Chris Carlisle, interpretato da John Malkovich. Attraverso questo personaggio, un agente della CIA al termine della propria carriera e della propria vita, McDonagh ripercorre gli interventi “segreti” del governo degli Stati Uniti, che storicamente hanno più volte tentato, purtroppo con successo, di destabilizzare le neonate democrazie del Sud Globale per i propri interessi politici ed economici. Il film inizia in Cile, pochi mesi prima dell’11 settembre 1973, dove Carlisle sta portando a termine la sua ultima missione: rovesciare il governo marxista di Salvador Allende. Nonostante il regista riprenda la narrazione della storia del ‘900 a partire dal punto di vista del “cattivo”, la CIA, il film si conclude paradossalmente quasi con un invito alla lotta armata, guardando ai cortei e alle manifestazioni di piazza come forme di ingenua e purtroppo inefficace resistenza politica. Questo ragionamento si sublima in quello che nel finale appare quasi come un passaggio di testimone fra il vecchio agente della CIA, che conosce fin troppo bene gli ingranaggi della macchina della repressione politica, e una giovane studentessa cilena che abbraccia la consapevolezza della necessità dell’omicidio politico, in un sistema che ormai sembra essere guidato unicamente dalla filosofia “mangia o verrai mangiato a tua volta”. Risulta un’intuizione brillante e necessaria il fatto che a scrivere, in questo caso forse a riscrivere, la storia della lotta antifascista sarà una giovane donna sudamericana.
La vicenda si svolge nel dolce e desolato panorama dell’isola di Pasqua, dove il protagonista aveva scelto che sarebbe avvenuta la propria insolita eutanasia per mano della persona che gli è più cara al mondo, il suo amico e collega Lee Chesterfield (Sam Rockwell). McDonagh riesce inoltre a decostruire con ironia i codificati rapporti di genere e familiari occidentali, attraverso la messa in scena della storia degli affetti dei due protagonisti. Ciò si manifesta nel particolare rapporto che il coprotagonista ha con la moglie. I due risultano legati da un reciproco accordo che permette alla moglie Marge (Parker Posey) di riempire l’assenza di lui, causata dal proprio lavoro, con numerosi amanti; ciò, però, non sembra realmente mettere a rischio il loro matrimonio. Lee, d’altra parte, sceglie come rapporto affettivo centrale della propria vita non quello con sua moglie, ma quello con Chris, la sua reale metà affettiva.
Il regista irlandese si consacra con una pellicola che lo porta fuori dai confini nazionali e dalle storie intime che ne hanno caratterizzato il cinema fino a questo punto della carriera. Mantenendo la sua scrittura brillante, a metà tra i fratelli Coen e Tarantino, getta una luce su alcuni punti oscuri della Storia novecentesca, non rinunciando alla sua cifra narrativa e al gusto per il grottesco e il paradossale. Con questo film McDonagh sintetizza l’aspirazione a raccontare la politica, la Storia e i suoi retroscena con il gusto per l’analisi interiore ed esistenziale.
In definitiva, Wild Horse Nine si lancia in un messaggio di speranza e resistenza tremendamente attuale.
