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Il corpo come trincea: l'incredibile salto americano di Shinya Tsukamoto

2026-09-11 13:29

Filippo Bardella

Il corpo come trincea: l'incredibile salto americano di Shinya Tsukamoto

Diverse idee di cinema, opposte narrazioni e ideologie si scontrano e convivono dentro Mr. Nelson, Did you kill people? in concorso a Venezia83. L'ult

 

Diverse idee di cinema, opposte narrazioni e ideologie si scontrano e convivono dentro Mr. Nelson, Did you kill people? in concorso a Venezia83. L'ultimo film scritto diretto montato e fotografato dal solito one man show Shinya Tsukamoto, quasi a rivendicare quell'indipendenza marchio di fabbrica fin dal folgorante Tetsuo (1989) messa alle strette dalla prima produzione statunitense, ne contiene diversi altri. La sensazione che si prova durante la visione è quella di stare guardando più film in uno.

 La lingua inglese, l'alto budget, Joffrey Rush, la violenza e la redenzione, la guerra, il Vietnam e gli immaginari che porta con sé, il contrasto tra una forma riconoscibile e un'inedita narrazione piana mai prima d'ora così attenta all'evoluzione drammatica e psicologica del protagonista. Tutto tende al disorientamento dello spettatore come sempre nel suo cinema post-umano fatto di iperstimolazioni, impulsi violenti e lacerazioni allucinate. Ma come l’Iron man di Tetsuo ricompone frammenti detriti e rottami verso un mondo nuovo, Tsukamoto costruisce a partire da materiali, codici, pezzi di vita (il film è tratto da un memoir) un’idea di rappresentazione della guerra radicale e sconvolgente fondata su un antimilitarismo pacifista del tutto estraneo ai canoni del genere hollywoodiano.

 E ancora una volta quest’operazione di scarto e ri-uso si realizza attraverso il paesaggio simbolo del suo cinema: il corpo umano. È infatti nel corpo di Allen Nelson, interpretato da un magistrale Rodney Hicks che il regista trova il veicolo privilegiato per comunicare la violenza della guerra, il trauma, la follia e soprattutto la colpa e l’impossibile tentativo di redenzione. Le gocce di sudore, le lacrime, l’invecchiamento del protagonista, le percezioni sensoriali straniate sono i segni di una psiche traumatizzata e scomposta, perseguitata da una domanda straziante che rimbomba sempre più forte e impedisce di mentire a se stessi: WHY DID YOU KILL PEOPLE?

 Non esistono scuse né giustificazioni, solo una verità insopportabile. La risposta è già data, presente in filigrana nell’intera opera di Shinya Tsukamoto, nel suo cinema tendente all'autodistruzione, nella poetica della crudeltà di artaudiana memoria, nel rigore e nell’estetica viscerale di uno dei più grandi registi viventi.

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